
Quale e' stata l’idea vincente di ABO?
La molla che ha fatto nascere ABO Project e' stato il desiderio di raccogliere fondi per la ricerca contro il cancro, oltre ad una motivazione sociale molto forte che sentivo propria. Ma mi stimolava anche creare uno stretto rapporto tra chi studia e ricerca e il mondo della finanza. Ero convinto fosse un modo, etico per altro, di evitare la fuga di cervelli, in ambito regionale prima, e nazionale poi; ci sono molti giovani ricercatori che sono costretti a scappare dall’Italia perche' non trovano spazio di espressione scientifi ca e, tantomeno, economica. Abbiamo pensato di metterci in gioco, raccogliere fra colleghi quote per fi nanziare progetti di ricerca e quindi di contribuire a mantenere in Italia la ricerca e le menti che la fanno. Siamo consapevoli di esserci presi una forte responsabilita', ma con il tempo i risultati sono arrivati e hanno dimostrato che l’idea era vincente. Abbiamo creato sul nostro territorio un posto di lavoro per giovani che altrimenti se ne sarebbero andati.
Con chi ha condiviso questo percorso?
I primi compagni di avventura sono stati innanzitutto i soci che hanno fondato ABO, una trentina. Il capostipite e' stato Giancarlo Zacchello, poi Massimo Codato ed io, che abbiamo deciso di dare le ali a questo sogno. Zacchello e' stato la persona che ha avuto la lungimiranza di capire che con questo percorso non si stava soltanto facendo un po’ di beneficenza a favore della ricerca, bensi' si stava compiendo un atto costruttivo, si gettavano le basi per un percorso. In pratica si contribuiva a mantenere nella nostra regione tutta l’eccellenza, che non e' certo poca. Non dimentichiamo poi che c'e' anche Massimo Gion, il motore scientifi co, la figura che ha dato via libera a questa voglia di mettere assieme ricercatori e imprenditori per costruire un percorso comune.
Come e' cresciuta ABO nel tempo?
Da quest’anno siamo Fondazione nazionale, ed anche questo e' un passo importante. L’idea iniziale di creare una Spa era stata senza dubbio vincente e innovativa. Non per altro ci hanno anche premiati in ambito nazionale come giovane azienda innovativa. Ma adesso andava cambiata. Tutte le cose evolvono, crescono e scoprono nuove strade. E’ quello che dovevamo fare anche noi,per poter lavorare di piu' e sempre meglio. Diventando Fondazione nazionale, ovviamente senza scopo di lucro, caratteristica che peraltro c’era anche prima, trasmettiamo meglio all’esterno la vera natura di ABO e possiamo parlare anche in modo diverso ai nostri interlocutori.
Quali i programmi di questa nuova realta'?
Quest’ anno e' stato molto proficuo in vari settori: abbiamo dato avvio ad un protocollo di intesa con la LILT, assieme faremo prevenzione; c’e' anche un progetto d’intesa con la Banca degli occhi, altra importante realta' del tessuto veneto. Abbiamo stretto una collaborazione anche con l’AVIS sempre per la prevenzione e per poter portare avanti una ricerca piu' precisa sul Psa. Credo quindi che questi progetti ci permettano di guardare al futuro con occhi diversi. E’ stato un anno di grandi trasformazioni, che ci ha portato visibilita' a tutti i livelli ed anche una grande considerazione da parte delle istituzioni.
Quali i punti di forza di ABO?
I punti di forza di ABO sono la tenacia nel portare avanti la ricerca e quindi la forza di raccogliere fondi per finanziarla. A questo si aggiunge una grande nobilta' sociale, l’essere l’elemento chiave tra il pubblico e il privato, nel senso di controllare come i denari che vengono dati vengano impiegati. Infine, il merito di mantenere menti nel nostro territorio.
Chi dovrebbe finanziare la ricerca?
A livello governativo sono sempre stati spesi tanti denari per la ricerca. Non vogliamo certo sostituirci a questo ruolo. Evidentemente e' pero' molto piu' utile, anziche' decidere di finanziare 100 mila progetti, che se ne finanzino 10 e questo rende zoppa una larga parte del mondo della ricerca. Per ABO fin dall’inizio c’e' stato l’unico scopo di finalizzare l’utilizzo dei soldi del sostegno ai progetti di ricerca in modo controllabile durante tutto il loro percorso. E’ giusto che sia cosi', il privato ha una mentalita' diversa, investe oculatamente, guarda come impiega il proprio denaro, partecipa emotivamente alle strategia che scegli. Chi ad esempio da' soldi all’Universita' per la ricerca, pretende di avere un controllo di quello che viene fatto. Come imprenditori vogliamo finanziare la ricerca, ma vogliamo essere certi che questi fondi non vengano bruciati.
Quale il ricordo piu' piacevole?
Non c’e' un ricordo, ma un percorso quotidiano. Ogni giorno mi rendo conto che il nostro ruolo puo' essere utile a quanti stanno vivendo un momento difficile. Purtroppo il cancro e' diventato la malattia del secolo, una volta si aveva quasi vergogna della malattia, oggi non c’e' famiglia che non ne sia venuta a contatto direttamente o indirettamente. E sapere che per tutte queste persone si puo' essere utili ci deve riempire di orgoglio. Ma comunque ci sono stati moltissimi momenti importanti nella nostra storia, come l’incontro con due grandi, i professori Silvio Garattini e Umberto Veronesi, o con tanti grandi oncologi che abbiamo vicini e che ci aiutano nella nostra missione. Infine, un ricordo entusiasmante e' stata l’assemblea per la costituzione della Fondazione in aprile, con tutti i nostri soci imprenditori: l’avvio di un percorso nuovo, che ci dara' una spinta ancora maggiore.