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IL PERCORSO

Massimo GION,
Direttore Scientifico della Fondazione ABO, Direttore del Dipartimento di Patologia Clinica della ULSS12 Veneziana, Direttore del Centro Regionale Specializzato per i Biomarcatori

COME E PERCHÉ NASCE ABO
Le radici: dal laboratorio della Radioterapia di Venezia al CRIBT. Nel 1979 la Divisione di Radioterapia dell’Ospedale Civile di Venezia istituisce un laboratorio fi nalizzato alla verifi ca ed al collaudo dei test diagnostici per l’oncologia. Nasce così un laboratorio pioniere nel settore, allora sostanzialmente sconosciuto, della ricerca di trasferimento in oncologia. Nel 1987 il laboratorio viene riconosciuto dalla Regione Veneto come Centro Regionale Specializzato per lo Studio degli Indicatori Biochimici di Tumore (CRIBT). Nel 1992, in convenzione con l’Istituto Tumori di Genova e con il Centro Oncologico Regionale (COR) dell’Azienda Ospedaliera di Padova, diventa Centro Nazionale per l’Applicazione della Biotecnologie in Oncologia (CNABO). Nel 1997 l’Organizzazione Europea contro il Cancro (EORTC) identifi ca il CRIBT/CNABO come uno dei tre laboratori di riferimento per l’Italia. Nel 2004 il CRIBT, operante nell’Azienda ULSS 12 Veneziana, viene inserito dalla Regione Veneto come struttura integrante dell’Istituto Oncologico Veneto (IOV).

L’Associazione ABO
Complessivamente, i canali di fi nanziamento istituzionali e tradizionali risultavano largamente insuffi cienti per fronteggiare l’incremento di attivita' di ricerca del CRIBT. La soluzione di un fi nanziamento di tipo privato ci parve l’unica via realisticamente percorribile in tempi adeguatamente rapidi per tenere il passo con lo sviluppo della ricerca in questo settore. Così, nel 1997, in concomitanza con il riconoscimento europeo, fondammo un’associazione scientifica no-profit, l’Associazione ABO (Applicazione delle Biotecnologie in Oncologia), per sostenere l’attivita' del CRIBT. In realta', la spinta a creare un’Associazione Scientifi ca non e' stata solo di tipo economico. La ricerca di trasferimento da noi condotta si basa principalmente su know-how e metodologia rigorosa. Essa richiede una organizzazione agile, una taskforce capace di orientare tempestivamente i progetti di ricerca ad obiettivi ben definiti, svincolati da necessita' assistenziali o dall’obbligo accademico della 'pubblicazione a tutti i costi'. Una associazione risponde a tali requisiti. Inoltre, l’Associazione ha contribuito a promuovere il reclutamento di giovani ricercatori in questo particolare settore della ricerca che, apparentemente, sembrava poco attrattivo forse perché poco conosciuto. Nell’impossibilita' di coinvolgere realisticamente nuovi laureati e diplomati nell’ambito della struttura sanitaria pubblica, si e' così deciso di creare opportunita' professionali legate a contratti di ricerca finalizzati a specifici progetti. Si e' infine voluto che l’Associazione non rappresentasse un’entita' esoterica per adepti, ma che fosse calata nella realta' produttiva e sociale dell’area in cui svolgeva la propria attivita'. Pertanto si e' chiesto il supporto dell’imprenditoria. Ma, diversamente da altre iniziative, si e' voluto che tale supporto avesse le caratteristiche della collaborazione attiva e informata. Così i sostenitori venivano esattamente informati sul progetto che sostenevano e conoscevano i ricercatori che il loro aiuto permetteva di inserire nel progetto stesso. In questo modo, il supporto all’Associazione ABO si e' spostato dall’ambito della beneficenza all’ambito dell’investimento nel campo della salute e della formazione.

Dall’Associazione ABO ad ABO Project
Nel 2002 gli imprenditori che fin dall’inizio avevano creduto nel progetto di finanziamento 'trasparente' della ricerca lanciato dall’Associazione ABO, decisero di fondare un’entita' finalizzata alla raccolta di fondi mediante l’abbinamento di imprese a progetti di ricerca. Nacque così ABO Project, una Societa' per Azioni che curava la responsabilita' sociale di impresa attraverso la partecipazione di aziende ai progetti di ricerca. ABO Project operava in modo sistematico e professionale, portando l’adozione dei progetti da parte delle aziende da una fase sperimentale ad una operativita' a regime collaudata e strutturata nei percorsi e nelle modalita'. Le aziende, adottando un progetto di ricerca (o parte di esso), contribuivano così al miglioramento del ruolo sociale dell’impresa, in modo che questa potesse divenire un soggetto attivo e protagonista dei progressi scientifici e sociali.

La Fondazione ABO
ABO Project ha maturato esperienza e competenze in un settore del tutto nuovo nel campo del fund rising, sviluppando professionalita' innovative e know-how, sia nel campo specifico della promozione della ricerca che nel settore della comunicazione e della informazione. Nel 2008 ABO Project ha visto maturare sempre di piu' il proprio ruolo e la propria legittimazione a livello nazionale. La ragione sociale inizialmente adottata di Societa' per Azioni, ancorché vincolata a reinvestire eventuali profitti in ricerca attraverso opportuni patti parasociali, cominciava a mostrare alcuni limiti sul piano operativo, inibendo ad ABO Project la possibilita' di partecipare a bandi di ricerca sia direttamente che come partner con altre istituzioni. ABO Project ha quindi deliberato di trasformare la S.p.A. in Fondazione Nazionale, mantenendo missione e specificita', ma modificando l’assetto gestionale in modo piu' consono alla partecipazione attiva alla ricerca. In questi anni Associazione ABO ed ABO Project hanno condotto insieme un percorso progressivamente convergente. La condivisione delle competenze scientifiche e gestionali ha gradualmente migliorato le capacita' operative e saldato le relazioni fra i professionisti di entrambe le strutture, rendendo naturale un percorso di fusione che trova nella Fondazione l’ideale contenitore comune.

DOVE SIAMO
Dal 1980 presidiamo un settore che per anni e' rimasto di nicchia a bassa competizione, i biomarcatori in oncologia. In questo settore abbiamo esplorato e sviluppato la cultura della ricerca di trasferimento nel campo dei biomarcatori diagnostici, prognostici e predittivi, maturando competenze specifiche e legittimando il nostro ruolo di riferimento a livello nazionale ed internazionale. Nel 2009 siano entrati a far parte di Alleanza Contro il Cancro, la rete che collega operativamente tutti gli Istituti Oncologici Italiani. Oggi, ci troviamo ad occupare un’area critica della medicina. In questo settore ABO, nata con lo scopo di sostenere le ricerche svolte dal CRIBT di Venezia, ha disegnato un piano di lavoro in cui sono definiti obiettivi e tempi. Abbiamo stabilito di impostare sia la pianificazione dei progetti che la conduzione delle ricerche sui criteri della medicina basata sulle evidenze. Questo approccio e' coerente con l’obiettivo di produrre risultati che possano avere tempestive ricadute applicative e che possano essere riconosciuti come costo-efficaci dalle istituzioni responsabili delle politiche sanitarie. Inoltre ABO ha compreso con lungimiranza l’impossibilita' oggi per una singola istituzione di governare il crescente numero di competenze altamente specialistiche necessarie. Ha così previsto la creazione di un network di istituzioni di eccellenza in competenze diverse, che contribuiranno con progetti finalizzati a conseguire gli obiettivi di ricerca primari di ABO. In tale contesto, ABO intende assumersi il ruolo chiave della governance della progettualita' e del monitoraggio delle attivita'. A questo scopo, sta formando figure professionali ibride, con competenze sia scientifiche che gestionali (research project manager). Negli ultimi anni, per l’esplicita volonta' della direzione di ABO di dare alla ricerca una valenza nazionale ed internazionale, abbiamo sviluppato una vocazione progettuale di ampio respiro, che sposta il ruolo di ABO dall’ambito veneziano alla dimensione nazionale. Oltre che a condurre in proprio singoli progetti, ABO e' avviata a gestire servizi, quali banche dati, research project management, banche di materiali biologici. - Siamo presenti in un settore chiave della ricerca sul cancro; - Siamo legittimati da competenze maturate in oltre 25 anni; - Siamo formalmente presenti in Istituzioni ed organismi della comunita' scientifica deputati alla governance dei biomarcatori in oncologia; - Abbiamo disegnato un progetto di ricerca a medio termine condiviso da una significativa parte della comunita' scientifica italiana; - Abbiamo impostato tutte le nostre attivita' sull’evidenza; - Abbiamo sviluppato il knowledge management, prevedendo di delegare lo svolgimento di parte delle ricerche finalizzate all’obiettivo dell’workplan in laboratori esterni (network); - Abbiamo iniziato a formare una nuova figure professionale (research project manager) capace di avere competenze di governance della ricerca in un contesto che presta crescente attenzione alle risorse; - Abbiamo ideato e sviluppato una nuova modalita' di finanziamento (adotta un ricercatore, acquista un progetto) che mette in rapporto diretto e consapevole sostenitore e ricercatore.

DI COSA CI OCCUPIAMO
ABO si occupa principalmente di ricerca di trasferimento nel campo dei biomarcatori in oncologia.

Che cos’e' la ricerca di trasferimento
Quando si parla di ricerca in ambito oncologico bisogna distinguere tra ricerca di base e ricerca di trasferimento. In Oncologia, la ricerca di base ha per oggetto lo studio dei meccanismi biologici che danno origine ai tumori, che ne favoriscono la crescita e la diffusione, nonché l’identificazione delle molecole chiave implicate in tali meccanismi. La ricerca di base e' sicuramente essenziale al progresso della conoscenza. Peraltro, essa presenta un limite intrinseco nella quantita' e nella ridondanza delle informazioni prodotte. Per comprendere cosa si intende con tale affermazione, vale la pena di considerare l’entita' della produzionescientifica annuale. Da una stima eseguita da ricercatori svedesi, annualmente vengono pubblicati in ambito biomedico 17.000 nuovi libri e 2.000.000 di lavori scientifici in oltre 20.000 riviste. Questa produzione scientifica corrisponde grossolanamente ad un pila di carta dell’altezza di 500 metri. Confrontando l’entita' di questa produzione scientifica con l’entita' dei miglioramenti significativi nella diagnosi e nella terapia riscontrabili annualmente, si evince che molte delle scoperte fatte dalla ricerca di base non passano poi all’applicazione clinica. Ad esempio, per ogni 100 molecole studiate, solo 2 risultano alla fine potenzialmente utili. Ed e' proprio a questo punto che si pone la ricerca di trasferimento. Questo settore della ricerca dovrebbe costituire infatti il filtro tra la ricerca dibase e l’applicazione clinica. Le funzioni della ricerca di trasferimento sono schematizzabili in due principali filoni. In primo luogo la ricerca di trasferimento ha il compito di trasformare i meccanismi e le molecole identificate dalla ricerca di base in test diagnostici ed in farmaci. In secondo luogo, la ricerca di trasferimento deve collaudare tali farmaci e tali test diagnostici in modo che siano adatti all’uso clinico. In altre parole, deve verificarne la sicurezza, l’affidabilita', l’efficacia e deve monitorizzarne la qualita' e l’appropriatezza d’impiego. Per quanto riguarda il primo aspetto, la trasformazione cioe' delle molecole identificate dalla ricerca di base in farmaci e test diagnostici, la ricerca di trasferimento viene eseguita principalmente dall’industria del settore. Piu' complessa e' la problematica connessa con il 'collaudo' di farmaci e test diagnostici finalizzato all’uso clinico. Per questo secondo aspetto e' necessario distinguere tra farmaci e test diagnostici. La ricerca di trasferimento e' in effetti molto attiva nel settore dei farmaci. Molto meno intenso e' l’impegno prodigato per la validazione dei test diagnostici.

Perché la ricerca di trasferimento e' molto attiva nel campo dei farmaci
La somministrazione di un nuovo farmaco puo' comportare problemi di tossicita' e presenta comunque il rischio che le nuove cure siano meno efficaci delle precedenti gia' disponibili. Questo ha indotto una rigida regolamentazione che deve essere seguita prima dell’uso clinico di ogni nuovo farmaco e che passa attraverso diverse fasi (fase 1, fase 2, fase 3) in ognuna delle quali viene accuratamente valutato l’impatto del nuovo prodotto nei confronti dei precedenti gia' disponibili o del 'non trattamento'.

Perché la ricerca di trasferimento e' stata sostanzialmente poco attiva nel campo dei test diagnostici
In realta', i rischi per un uso improprio di un test diagnostico, diversamente dai farmaci, sono piu' sfumati, difficilmente percepibili e quantizzabili. Questo ha fatto sì che le regolamentazioni per la validazione clinicadei nuovi test diagnostici siano piu' scarse e non così strettamente definite come nel caso dei farmaci. Tale relativa facilita' ad introdurre sul mercato prodotti non rigorosamente validati ha indotto un impiego non ottimizzato di test diagnostici in ricerche cliniche. Conseguentemente, i risultati di tali ricerche sono spesso incerti o contraddittori. Oggi la ricerca di trasferimento nel campo della diagnostica di laboratorio deve essere urgentemente riconsiderata e sostenuta per far fronte ai radicali cambiamenti che si stanno verificando in oncologia.

Quali sono i nuovi scenari che caratterizzano questa 'quasi rivoluzione' nelle strategia diagnostico-terapeutica dei tumori
Fra le molte novita' vale la pena di focalizzare l’attenzione su due punti principali. Innanzitutto, la diagnosi precoce attraverso i programmi di screening, obiettivo oggi raggiungibile, capace di ridurre la mortalita' di molte neoplasie. In secondo luogo le terapie personalizzate; e' verosimile che daiprotocolli rigidi specifici per ciascun tipo di tumore, si passi in un futuro molto prossimo a protocolli personalizzati su scala individuale.

Quali strumenti ha il laboratorio per affrontare queste sfide
In estrema sintesi, lo studio e la determinazione dei biomarcatori.

COSA SONO I BIOMARCATORI
Sono sostanze che vengono prodotte dai tessuti anche in condizioni normali. Tuttavia, quando si sviluppa un tumore, tali sostanze (i biomarcatori) si modificano sia in modo quantitativo (il tumore ne produce di piu') sia dal punto di vista qualitativo, perché cambia la loro struttura. Cercando e misurando tali sostanze si ottengono così informazioni preziose per il trattamento del tumore. Lo studio dei biomarcatori ha due principali obiettivi: la diagnosi precoce e la 'personalizzazione' delle terapie.

Che ruolo hanno i biomarcatori nella diagnosi precoce
Clinicamente, per diagnosi precoce si intende in genere l’identificazione di un tumore molto piccolo, diciamo 0.5-1 cm di diametro. Trovare un tumore di tali dimensioni offre in realta' un’alta probabilita' di cura, come dimostrano i programmi di screening del tumore della mammella e dell’utero. Tuttavia, l’obiettivo della guarigione non viene raggiunto in tutti i pazienti. Perché fra le persone cui viene diagnosticato un tumore piccolo, molte guariscono mentre alcune sviluppano una ricaduta della malattia? Cerchiamo di capire questa apparente incongruenza. Si ritiene che un tumore derivi da una cellula maligna. Per diventare tumore, quella cellula deve moltiplicarsi o, in termini tecnici, replicarsi. Alla prima replicazione le cellule diventano due, alla seconda quattro alla terza otto, e così via. Per formare un tumore di circa 1 cm la nostra cellula si replica 28 volte. Con altre 10 replicazioni quel tumore raggiunge la massa di 1 Kg, non compatibile con la vita. Quindi, un tumore piccolo, identificabile con una diagnosi clinicamente precoce, e' un tumore che ha gia' vissuto ¾ della sua vita biologica: e' insomma un tumore gia' adulto, potenzialmente capace di dare metastasi. Questo spiega perché l’asportazione di un tumore piccolo, che porta alla cura definitiva molti pazienti, in alcuni sfortunati casi e' pero' seguita dalla ripresa della malattia. I biomarcatori sono segnali biochimici-molecolari prodotti anche da poche cellule tumorali. Essi sono quindi i candidati ideali per una diagnosi biologicamente precoce del tumore, cioe' quando esso non e' ancora 'visibile'. L’identificazione di un tumore molto piccolo e' la condizione ideale per il successo sia delle terapie tradizionali che delle cosiddetteterapie biologiche. Colpire pochi bersagli e' sempre piu' conveniente ed efficace che doverne colpire molti.

A che punto siamo su questo fronte
I biomarcatori hanno gia' ottenuto dei successi in questo campo. Essi vengono infatti usati come 'spia biochimica' sia per orientare la diagnosi di alcuni tumori (prostata, testicolo, certe forme di tumore dell’utero e della tiroide), che per riconoscere precocemente la ripresa della malattia in altri tumori molto comuni (tumore dell’intestino, del seno). Inoltre, prospettive molto promettenti sono legate alla valutazione dell’incremento nel tempo dei valori dei marcatori nella singola persona. Ricerche preliminari suggeriscono che questo approccio permette di rilevare l’insorgenza di un tumore della prostata o dell’ovaio con anni di anticipo rispetto alla comparsa dei sintomi. La ricerca ha inoltre identificato nuovi biomarcatori che sembrano molto promettenti, come ad esempio il materiale genetico del tumore (DNA, RNA) o gli anticorpi prodotti dal paziente contro il tumore stesso. È ragionevole prevedere che gli approcci su campioni multipli e i nuovi biomarcatori potranno rivoluzionare entro pochi anni le nostre capacita' diagnostiche se saremo capaci di collaudarli rapidamente ed in modo efficace con una efficiente ricerca di trasferimento.

Quale e' il ruolo dei biomarcatori nella “personalizzazione” delle terapie
In medicina si e' sempre cercato di classificare le malattie identificandone le caratteristiche unitarie. Così e' stato per i tumori, classificati secondo la sede di origine (polmone, mammella, intestino,..) e le caratteristiche delle cellule che li compongono (cellule ghiandolari, piccole cellule, ecc.). I programmi di cura basati su questa classificazione hanno portato ai cosiddetti protocolli, schemi piuttosto rigidi dedicati alle diverse tipologie di tumore. Oggi sappiamo che tale classificazione non rispetta la biologia del cancro, che e' caratterizzato da una estrema variabilita' individuale. Aggressivita' e capacita' di “resistere” ai diversi trattamenti sono regolate da un grande numero di meccanismi molecolari. Questa “biodiversita'” spiega il successo variabile e spesso non prevedibile delle attuali cure (radioterapia, chemioterapia) anche per lo stesso tipo di tumore, ma apre anche la strada per nuovi approcci terapeutici con farmaci che interferiscono con precisi meccanismi biologici. La prospettiva terapeutica va quindi spostandosi da trattamenti rigidi, finalizzati a distruggere il tumore danneggiando inevitabilmente anche l’ospite, a terapie mirate su base individuale, capaci di interferire solo con il tumore. Uno dei protagonisti di questa rivoluzione e' il laboratorio, che ha il compito di definire le caratteristiche biologiche di ciascun tumore; in altre parole, di identificare in modo affidabile i bersagli per e nuove terapie.

DOVE VUOLE ANDARE LA FONDAZIONE
Negli ultimi anni ABO ha vissuto un periodo complesso, nel quale all’attivita' di ricerca nei propri laboratori si e' affiancata una intensa attivita' di progettazione e di gestione. Cio' ha portato ad una progressiva transizione dalla attivita' esclusiva di ricerca ad una attivita' di management e di coordinamento. Questa competenza ormai consolidata, supportata da una ultraventennale esperienza diretta di ricerca e contestualizzata con lo scenario nazionale ed internazionale, fa sì che Fondazione ABO possa rappresentare un riferimento per il coordinamento di macroprogetti di ricerca eseguiti da network di eccellenza, per la gestione di banche di materiali biologici, per attivita' trasversali di supporto alla ricerca finalizzati al 'knowledge meta-management'. Fondazione ABO potra' così rappresentare anche un riferimento per la formazione dei ricercatori in percorsi del tutto innovativi rispetto agli scenari oggi esistenti e orientati a rendere la ricerca italiana sempre piu' competitiva nel panorama internazionale. Fondazione ABO si trova pero' a confrontarsi con analoghe istituzioni esistenti e consolidate sul territorio nazionale. In tale contesto, la possibilita' per una Fondazione nuova, ancorché nata da esperienze ben consolidate e mature, di fornire un contributo originale alla ricerca deve essere cercata in aree dove esistano ancora significativi margini di miglioramento, offrendo competenze oggi non disponibili in Italia in modo sistematico e strutturato. Tali aree, che rappresentano gli obiettivi programmatici della Fondazione ABO per i prossimi cinque anni, sono: 1. lo sviluppo di una efficace ricerca traslazionale nel campo dei biomarcatori, mediante l’armonizzazione con la ricerca clinica e la ricerca di base, al fine di ridurre i tempi necessari per portare all’impiego clinico le innovazioni diagnostiche e terapeutiche; 2. la re-ingenerizzazione della metodologia di lavoro nella ricerca, sviluppando competenze trasversali (es.: uso sistematico dei criteri della medicina basata sulle evidenze per il disegno di progetto, project management, applicazione sistematica alla ricerca del sistema qualita', …); 3. la organizzazione, in sinergia con altre istituzioni oncologiche nazionali e internazionali, di studi clinici innovativi nel disegno e nella metodologia, mettendo a disposizione la specificita' sviluppata nella ricerca traslazionale e nel management di progetto; 4. lo sviluppo di strumenti adeguati per il controllo dell’outcome della ricerca e per la gestione di un appropriato trasferimento tecnologico (Health Transfert Assessment). In una realta' sociale nella quale e' necessario confrontarsi con una crescente attenzione alla centralita' del paziente, ma nel contempo con una sempre piu' limitata disponibilita' di risorse, la ricerca ha responsabilita' che vanno oltre l’aumento delle conoscenze e che comprendono l’applicazione di scoperte e innovazioni nonché la verifica dell’impatto su esiti significativi. In altre parole, la ricerca ha la responsabilita' di governare il processo di trasferimento delle conoscenze. Fondazione ABO ha l’ambizione di poter dare un contributo a questo processo.

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